Da “Mentore” a “mentore”, quando il mito diventa realtà

“Mentore” è una parola di forte impatto emotivo, capace di suscitare ricordi indelebili e sensazioni profonde. Quando la sentiamo ci viene subito in mente il viso di un amico, un collega, un capo, un vicino di casa, un nonno che, nel nostro passato, ci ha aiutato a diventare quello che siamo oggi.

Telemaco e Mentore di Pablo E. Fabisch da Les Adventures de Telemaque

Eppure non tutti sappiamo che la parola “mentore” nasce agli albori della cultura occidentale come “Mentore”, con la “M” maiuscola. Mentore è uno dei personaggi dell’Odissea di Omero, certo molto meno conosciuto del ciclope Polifemo o della maga Circe, ma non meno importante nella trama del poema.

Siamo nella Grecia di tremila anni fa, Itaca è una piccola isola su cui regna Ulisse. Come decine di altri sovrani achei che hanno giurato fedeltà a Menelao, Ulisse si prepara a partire per la guerra di Troia, che lo terrà lontano dalla sua terra per vent’anni.

Chi aiuterà la madre Penelope a fare del piccolo figlio Telemaco un uomo pronto ad affrontare le mille prove della vita? Chi insegnerà al ragazzo l’arte della guerra e le astuzie della politica che un re deve conoscere bene in un mondo pieno di nemici?

Ulisse sceglie l’amico Mentore, uomo maturo, saggio e leale, figlio di Alcino, che ha più volte combattuto con il re. Fino a qui niente di speciale, un padre affettuoso che chiede aiuto ad un amico. Ma, una volta partito Ulisse, succede qualcosa di eccezionale. Scende in campo Atena in persona, la dea della sapienza e dell’arte della guerra, che protegge l’astuto eroe in tutte le sue avventure. Ogni volta che Telemaco è veramente in difficoltà a lui parla direttamente la dea che gli appare con le forme di Mentore: umano e divino che si fondono insieme per far crescere e sviluppare una persona che affaccia alla vita, un compito talmente arduo che necessita veramente dei superpoteri di un dio.

Nel corso dei secoli, il mito di Mentore ispirerà filosofi e letterati nella ricerca del segreto della conoscenza. Dobbiamo però attendere migliaia di anni prima che il nome di questo personaggio entri nella realtà e nella lingua di ogni giorno, perdendo la “M” maiuscola.

Ritratto di Philip Stanhope, 4th Earl of Chesterfield (1694-1773), di Allan Ramsay

Questo passo cruciale avviene nell’Inghilterra che si prepara alla rivoluzione industriale che ne farà la prima grande potenza mondiale della storia moderna. Poco dopo il 1750, l’Oxford English Dictionary include nella lingua inglese il termine “mentor” definendolo un “consigliere saggio e fidato che aiuta una persona con poca esperienza”. Il dizionario informa i lettori che la parola era ormai comunemente utilizzata sin da quando Philip Stanhope IV Conte di Chesterfield l’aveva usata nelle sue lettere al figlio “sulla raffinata arte di diventare un uomo di mondo ed un gentiluomo”.

In una di queste, il Conte aveva scritto al figlio: “Fa’ che io sia il tuo mentore, e, con i tuoi mezzi e le tue conoscenze, te lo prometto, andrai lontano. Dovrai metterci, da parte tua, energia ed attenzione; ed io ti indicherò gli obiettivi giusti verso cui indirizzarle”. In un’altra pagina, un padre preoccupato dell’inesorabile passare del tempo aveva raccomandato al giovane di approfittare dei suoi consigli senza farsi troppe remore: “Ecco le decisioni che devi compiere ed eseguire direttamente da solo, una volta che avrai perso le amichevoli cure ed il sostegno del tuo mentore. Prima che ciò avvenga, utilizzalo avidamente; assorbine, se puoi, tutta la conoscenza; e prendigli il mantello del profeta, prima che vada via”.

Una volta sdoganata, dalla parola derivano rapidamente il termine con cui si indica ciò che il mentore fa, il “mentoring”, e la persona per cui lo fa, “il “mentee”. I francesi non tarderanno a trovarne il corrispettivo nella propria lingua, guardandosi bene, come è loro abitudine, dall’importare i neologismi esteri senza tradurli: il mentoring” diventa “mentorat” ed il mentee “mentoré”. La sostanza però non cambia: nasce e si diffonde la curiosità e l’interesse per una nuova disciplina fondata sulla condivisione della conoscenza e dell’esperienza per lo sviluppo della persona.

A partire dal secondo dopoguerra, il mentoring trova sempre più numerose applicazioni pratiche in ogni settore, dal mondo dell’impresa a quello della scuola e della formazione professionale, dalla pratica sportiva al volontariato del no-profit. L’America fa da apripista come in moltissimi campi, l’Europa segue un po’ più lentamente ma con maggior attenzione agli aspetti formativi piuttosto che a quelli emulativi. Gli esempi di grandi mentori ed eccellenti mentee si moltiplicano ed entrano con forza nella coscienza collettiva.

È, per esempio, risaputo che il grande stilista francese Christian Dior, fondatore dell’omonima casa di moda, fece da mentore a Yves St. Laurent, assunto nella maison nel 1954 e divenutone preso il direttore artistico. Laurent ricorda: “Dior mi affascinava. Non riuscivo a parlare quando ero di fronte a lui. Mi ha dato le basi della mia arte. Qualunque cosa mi succederà, non dimenticherò mai gli anni passati al suo fianco”. Forse meno noto è che Steve Jobs, fondatore della Apple, era il mentore del giovane Mark Zuckerberg mentre dava vita a Facebook. Quando Jobs muore alla fine del 2011, Zuckerberg pubblica un post toccante nella sua pagina personale: “Steve, grazie di essere stato un mentore ed un amico. Grazie di avermi mostrato che quello che costruisci può cambiare il mondo. Mi mancherai”.

Aristotele e il suo allievo, Alessandro, Laplante, Charles, d. 1903 (Incisore)

Esperienze diverse, ma accomunate da una cosa assolutamente speciale: il rapporto che si instaura tra chi trasmette un po’ di quello che nella vita ha avuto la sorte di imparare e sperimentare a qualcun altro che, nel far proprio questo piccolo tesoro, lo rende ancor più prezioso anche per chi glielo ha affidato. E forse un giorno, ripensando a chi ci ha aiutato almeno un po’ a diventare quello che siamo oggi, anche a noi verranno parole come quelle che, si racconta, disse Alessandro Magno pensando ad Aristotele, nel quale riconosceva un grande mentore più che un semplice precettore: “A mio padre devo la vita, al mio maestro una vita che vale la pena di essere vissuta”.

Letture di approfondimento:

  • B. Garvey, P. Stokes e D. Megginson, Coaching and Mentoring, Theory and practice, Sage publications seconda edizione 2014
  • P. Stanhope, Letters to His Son, on the Fine Art of becoming a Man of the World and a Gentleman, David Widger 2004
  • https://www.evidencebasedmentoring.org/top-25-mentoring-relationships-in-history/
  • M. L. Leone, Professor Aristotele, in Focus Storia n.96, ottobre 2014

Non perdere l’occasione di approfondire le radici del mentoring in uno dei prossimi workshop aperti a tutti. Nell’articolo indicato qui sotto trovi tutte le informazioni e il modulo per registrarti.

0 commenti

Lascia un Commento

Vuoi partecipare alla discussione?
Fornisci il tuo contributo!

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *