Il valore sociale del mentoring: il caso dei “Kaumatua” maori

Narrano le antiche leggende dell’Oceania che l’eroe Maui[1] pescò la miriade di piccole e grandi isole del Pacifico dal fondo del mare con un amo ricurvo donatogli dagli dei. La vita non sarebbe mai arrivata in quel meraviglioso angolo della Terra se il ragazzo, abbandonato dalla madre alla nascita, non fosse stato allevato amorevolmente dagli anziani del suo clan.

Come mette in evidenza Brigitte Robin Te Awe-Bevan[2], i Maori hanno sin dall’antichità rappresentato visivamente il proprio ordine sociale come una pianta le cui foglie, da quelle più interne a quelle più esterne, si dispongono come segue:

  • i Mokopuna, letteralmente i nipoti, ad indicare in generale i discendenti;
  • i Kaumatua, letteralmente i nonni, ad indicare in generale gli anziani;
  •  i Matua, i genitori;
  • il Whanau, la famiglia allargata, lo Hapu, il clan, e l’Iwi, la tribù;
  • il Te Hapori, l’intera comunità.

Ne emerge chiaramente come la finalità principale dell’aggregazione sociale fosse la protezione e cura delle nuove generazioni. In tale visione i Kaumatua, più vicini ai giovani dei loro stessi genitori, erano investiti di una grande responsabilità. Non potevano limitarsi a prepararli alla vita, ma dovevano trasmettere loro il Mana, letteralmente la “forza che viene da dentro”. Ai propri anziani la famiglia allargata affidava il delicato compito di accendere nel cuore e nella mente dei più piccoli il “sacro fuoco” della conoscenza donato a Maui dagli dei del mare.  Ai custodi delle tradizioni ancestrali, poi, gli altri membri della comunità continuavano a rivolgersi anche da adulti per riceverne consigli nel prendere decisioni cruciali sul controllo della terra o delle proprietà comuni o supporto nel derimere dispute e contese tra fazioni contrapposte[3]. In un rapporto di armonica reciprocità, però, tutte le altre persone che si relaziovanano con i Kaumatua, ne riconoscevano i meriti con sincera gratitudine, supportandoli in ogni modo perché dal loro successo dipendeva la sopravvivenza stessa dell’intera comunità.

Nel 1805, il medico inglese John Savage, dopo aver osservato con curiosità gli usi e costumi degli “indigeni” per alcuni mesi al seguito di una spedizione commerciale, annotava nel suo diario:

“Gli anziani hanno un gran peso nelle assemblee dei capi e in tutti gli affari, ad eccezione delle questioni militari. Sebbene i capi abbiano pienamente l’autorità di ignorare il loro parere, nessuno di loro lo farebbe mai.”[4]

Da quando, nella seconda metà del secolo scorso, i Maori hanno cominciato a trasferirsi nelle città abbandonando i villaggi agricoli, le comunità locali hanno continuato a far leva sui propri Kaumatua per assicurare la sopravvivenza della propria identità culturale. Sin dalla fine degli anni ’70, il ruolo degli anziani nelle rispettive comunità ha addirittura cominciato ad essere “istituzionalizzato”.

Numerosi enti pubblici hanno infatti invitato gli anziani della comunità a partecipare a pubbliche rievocazioni delle antiche tradizioni maori con la finalità di incoraggiarne la preservazione e testimoniare il pieno supporto ad una piena e paritaria bi-culturalità della società neozelandese. Per tutelare i Kaumatua dal rischio di emarginazione socio-economica, il Ministero degli Affari Maori ha spesso promosso e finanziato la costruzione di “Kaumatua flats”, complessi residenziali messi gratuitamente a disposizione di pensionati pubblicamente riconosciuti come “preziosi depositari e fonti di diffusione tra i giovani dei valori culturali tradizionali.”[5]

Nel corso degli ultimi anni, infine, molti Kaumatua e molti giovani hanno cominciato a partecipare a quelli che potremmo paragonare a veri e propri percorsi di group mentoring per la valorizzazione di quel Mana di cui parlavano i loro antenati. Gli incontri di gruppo, svolti presso locali messi a disposizione delle municipalità, sono dedicati alla narrazione delle storie tradizionali, la loro discussione alla luce della realtà odierna, la condivisione della testimonianza diretta e vissuta dei principi di onore, coraggio, generosità e solidarietà della propria cultura per aiutare chi si prepara alla vita adulta ad affrontarla con responsabilità e consapevolezza.

Interessante notare come i partecipanti ai percorsi siano pienamente consapevoli del grande valore del servizio ricevuto. Come mette in evidenza Moko Mead[6], molti anziani offrono i propri servizi su base volontaristica o, come dicono loro stessi, per aroha (“amore”). Eppure gli sponsor istituzionali dei percorsi prevedono generalmente che tutte le spese sostenute dai mentori vengano loro rimborsate. Cosa ancora più significativa, molti mentee non esitano a ringraziarli con dei koha (“doni”) o a ricambiare il bene ricevuto aiutandoli nelle faccende domestiche quotidiane.

Nello speciale rapporto tra Kaumatua e Mokopuna ritroviamo quindi molti elementi di una vera e propria relazione di mentoring pianificato con, per di più, un innegabile e profondo valore sociale. Un antico detto maori sul senso della vita ce lo conferma con disarmante semplicità:

“Colui che ha percorso la strada prima mostri il cammino a chi arriva adesso, questi gli darà, con la sua gioia, una buona ragione per non fermarsi”[7].

 

Uno degli elementi fondamentali nel continuo processo di crescita ed evoluzione di una cultura di una comunità, è lo scambio continuo fra chi vive quella cultura da molto tempo e i nuovi arrivati. Come abbiamo visto per Kaumatua e Mokopuna questo scambio non solo permette di preservare i valori della comunità ma li fa anche evolvere nel tempo.

Nelle comunità aziendali, viene spesso posto l’accento sull’acquisizione dei processi aziendali e passa in secondo piano la trasmissione dei valori e della cultura dell’azienda. Questo processo invece, se strutturato, porta enormi benefici sia nel supportare l’inserimento di nuove persone, sia nel far evolvere la cultura esistente.

Il mentoring offre una serie di strumenti molto efficaci per ottenere questo risultato, poiché permette sia al mentore che al mentee di crescere, di condividere i valori dell’azienda costruendo in modo attivo la cultura aziendale.

Photo by Rita Morais on Unsplash

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Riferimenti

[1] v. http://bifrost.it/Sintesi/Maui.html

[2] TE AWE-BEVAN, B. R. (2013). Te Reo o Ngā Kaumātua \ Voices of the Elders. Massey University, Palmerston North, New Zealand.

[3] v. https://teara.govt.nz/en/kaumatua-maori-elders

[4] traduzione dell’autore della citazione in http://nzetc.victoria.ac.nz/tm/scholarly/Cen01-02Make-fig-Cen01-02MakeP015d.html

[5] MOKO MEAD, H. (2003), Tikanga Māori: living by Māori values. Wellington. Huia.

[6] ibidem.

[7] traduzione dell’autore della citazione in TE AWE-BEVAN, B. R. (2013). Te Reo o Ngā Kaumātua \ Voices of the Elders. Massey University, Palmerston North, New Zealand.

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